Fammi essere forte

Fammi essere forte, forte di sonno e di intelligenza e forte di ossa e di fibra; fammi imparare, attraverso questa disperazione, a distribuirmi: a sapere dove e a chi dare, a riempire i brevi momenti e le chiacchiere casuali di quell’infuso speciale di devozione e amore che sono le nostre epifanie.

A non essere amara. Risparmiamelo il finale, quel finale acido citrico aspro che scorre nelle vene delle donne in gamba e sole.

Non farmi disperare al punto da buttar via il mio onore per la mancanza di consolazione; non farmi nascondere nell’alcol e non permettere che mi laceri per degli sconosciuti; non farmi essere tanto debole da raccontare agli altri come sanguino dentro; come giorno dopo giorno gocciola, si addensa e si coagula.

(Sylvia Plath, Diari)

I viaggi sono i viaggiatori

 

È in noi che i paesaggi hanno paesaggio.
Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. […]

La vita è ciò che facciamo di essa.

I viaggi sono i viaggiatori.
Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.

(Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine)

Troppo amore

 

Era troppo amore. Troppo grande, troppo complicato, troppo confuso, e azzardato e fecondo e doloroso. Era tutto quello che potevo dare, più di quanto mi convenisse. Per questo s’infranse. Non si esaurì, non finì, non morì, semplicemente s’infranse, crollò come una torre troppo alta, come una scommessa troppo alta, come un’aspettativa troppo ambiziosa.

Era stato troppo amore, tutto quello che potevo dare, più di quanto fosse logico.
Era stato troppo amore. Poi, il nulla.

 

(Almudena Grandes)

Non è permesso chiudere gli occhi

 

«Non è permesso chiudere gli occhi. Tanto, non serve a migliorare nulla. Non è che chiudendo gli occhi si spenga qualcosa. Anzi, se lo fai, quando li riaprirai nel frattempo le cose saranno decisamente peggiorate.

Questo è il mondo in cui viviamo, Nakata. Devi tenere gli occhi bene aperti. Chiudere gli occhi è da rammolliti. Evitare di guardare in faccia la realtà è da codardi.

Mentre tu tieni gli occhi chiusi e ti tappi le orecchie, il tempo avanza.
Tic-toc-tic-toc. Oggi è lunedì, e siamo chiusi.
La biblioteca, che persino nei giorni di apertura è tranquilla, in quelli di chiusura lo è forse anche troppo. Sembra un luogo dimenticato dal tempo.

O meglio ancora, un luogo che trattiene il respiro, sperando che il tempo non si accorga della sua esistenza».

 

(Haruki Murakami, Kafka sulla spiaggia)

La Donna Selvaggia esiste

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La donna selvaggia non è un mito, la donna selvaggia esiste, l’ho vista camminare tra fiori guardando senza vedere nelle notti di luna piena, ballando al ritmo dei tamburi in mezzo al fiume.

La donna selvaggia esiste, dorme all’interno di ogni donna e aspetta di essere risvegliata.

La donna selvaggia emana una freschezza di libertà. E inoltre dona brividi: si ha la sensazione di aver visto un lupo in agguato. Diventi ansioso di guardare di nuovo.
La sua bellezza è spaventosa, è una specie rara.

Non si può domare, lei evita le regole. E quando pensi che l’hai catturata essa scivola via come acqua tra le dita.
Quando pensi di conoscerla, ancora una volta ti sorprenderà…
Ha l’animo libero e subisce solo quando vuole.
Sceglie il suo compagno tra chi coltiva la libertà.
E come lo riconosce? Come tutti i lupi, dall’odore.

I suoi movimenti possiedono la grazia, il suo sguardo emana una sensualità naturale,  ma attenzione, non tentare di accarezzarla senza il suo consenso perché è burbera… non giudicare, è la sua natura.
Soffia nella sua anima la sensazione rinfrescante del legame con la terra. E da qui deriva la sua bellezza e la forza. E la sua saggezza istintiva.
Sì, è saggia perché è in armonia con i ritmi della natura.
Lei conosce i cicli di crescita e riesce a “non sabotare la propria felicità”… lei non è interessata alle etichette.
Sa che l’immensità del suo essere non è adatto ad alcuna definizione.

Lei è il mistero. Per un semplice motivo: la donna selvaggia sa che la vita è incerta e vive seguendo i sacri rituali, conosce i ritmi… e si muove secondo i venti, ridendo sotto la pioggia e piangendo con i fiumi. Raccoglie ciottoli, parla con le piante e all’improvviso vuole stare sola, rispettala!

Lei è appassionata, si sveglia nel sonno e non dorme per amore.
Le ingiustizie del mondo la fanno soffrire, ma lei prende un respiro profondo e rinnova la sua fede nell’umanità.
Combatte ogni giorno per i propri sogni, si addormenta nel mezzo di domande senza risposta e ascolta la risposta la mattina come un sussurro nel suo orecchio, ogni giorno celebra l’immenso mistero di essere viva.
Lei è l’espressione più genuina dell’archetipo del femminile in questo mondo.

Lei è lì… nelle strade… ogni giorno, se siete sensibili potete riconoscerla…
La donna selvaggia ancora sopravvive in tutte le donne, è quello che tutte devono essere ma spesso non ricordano, e la cosa peggiore è che la maggior parte ha paura e vuole rimanere in gabbia.

Essa viene fraintesa, ma è pronta a leccare le sue ferite e torna velocemente alla sua natura.
Questo scritto è un omaggio alla “donna selvaggia”, che affascina gli uomini che non hanno paura di scoprirla e rispettarla.
Sono inquieti, è vero, quando si trovano improvvisamente davanti a lei ma sono orgogliosi quando camminano al suo fianco.

(Mujer Salvaje)

 

 

 

 

(immagine dal web)

Scrivere, scriverti, ritrarti

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Scrivere, scriverti, ritrarti.
Impregnarti i capelli di tutte le parole trattenute, sospese nell’aria, nel tempo,
in quel ramo di cortés carico di fiori gialli
la cui bellezza mi fa rizzare i capelli quando scendo
sola per strada pensierosa.
Definire il mistero,
il momento preciso della scoperta, l’amore,
questa sensazione d’aria compressa
dentro il corpo sinuoso,
l’esplosiva felicità che mi fa piangere e mi colora
gli occhi, la pelle, i denti, mentre divento
fiore, edera, castello, poesia, tra le tue mani che mi
accarezzano e mi sfogliano, facendo sorgere parole,
sconvolgendomi tutta, grondante del mio
passato, della mia infanzia, di ricordi felici,
di sogni, di mare che si infrange
contro gli anni, sempre
più bello e più grande,
più grande e più bello.
Come posso ghermire l’illusione, stringerla tra le mani e
liberarla davanti a te come una colomba felice
che voli via
a scoprire la terra dopo il diluvio; scoprirti fin
nelle pieghe più sconosciute, impregnandomi di te
lentamente, come una carta assorbente,
perdendomi,
perdendoci tutti e due, nel mattino in cui
abbiamo fatto l’amore
con tutto il sonno, l’odore, il sudore della notte
salata sui nostri corpi, inzuppandoci d’amore,
facendolo grondare in grandi immense onde,
immergendoci nell’amore, bagnandoci con
l’amore che ci
soverchia.

(Gioconda Belli)

 

 

 

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Pericoloso sporgersi

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Vedi, io sono stufa degli uomini.
Le loro preghiere, il loro vello,
La loro fede, i loro modi,
Ne ho abbastanza delle loro virtù sovrabbondanti,
provocanti
Ne ho abbastanza delle loro carcasse.
Benedicimi pazza luce che rischiara le montagne divine
Io aspiro a diventare vuota come lo sguardo silenzioso
Dell’insonnia.
Io aspiro a ridiventare stella.

(Joyce Mansour, Tratto da “Pericoloso sporgersi” in Le surréalisme meme 2 1957)

 

 

 

(immagine dal web)

 

 

Ritorno al reale: nuove diagnosi

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Definire la libertà come indipendenza nasconde un pericoloso equivoco.
Non esiste per l’uomo indipendenza assoluta (un essere finito che non dipenda da nulla, sarebbe un essere separato da tutto, eliminato cioè dall’esistenza).
Ma esiste una dipendenza morta che lo opprime e una dipendenza viva che lo fa sbocciare.

La prima di queste dipendenze è schiavitù, la seconda è libertà.
Un forzato dipende dalle sue catene, un agricoltore dipende dalla terra e dalle stagioni: queste due espressioni designano realtà ben diverse.

Torniamo ai paragoni biologici che sono sempre i più illuminanti.
In che consiste il “respirare liberamente”? Forse nel fatto di polmoni assolutamente “indipendenti”?
Nient’affatto: i polmoni respirano tanto più liberamente quanto più solidamente, più intimamente sono legati agli altri organi del corpo. Se questo legame si allenta, la respirazione diventa sempre meno libera e, al limite, si arresta.

La libertà è funzione della solidarietà vitale. Ma nel mondo delle anime questa solidarietà vitale porta un altro nome: si chiama amore.
A seconda del nostro atteggiamento affettivo nei loro confronti, i medesimi legami possono essere accettati come vincoli vitali, o respinti come catene, gli stessi muri possono avere la durezza oppressiva della prigione o l’intima dolcezza del rifugio.

Il fanciullo studioso corre liberamente alla scuola, il vero soldato si adatta amorosamente alla disciplina, gli sposi che si amano fioriscono nei “legami” del matrimonio.

Ma la scuola, la caserma e la famiglia sono orribili prigioni per lo scolaro, il soldato o gli sposi senza vocazione.
L’uomo non è libero nella misura in cui non dipende da nulla o da nessuno: è libero nell’esatta misura in cui dipende da ciò che ama, ed è prigioniero nell’esatta misura in cui dipende da ciò che non può amare.
Così il problema della libertà non si pone in termini di indipendenza, ma in termini di amore.

(Gustave Thibon)

 

 

(immagine dal web)

Gli intoccabili delle cinque potenze

Dorothea Lange for the Farm Security Administration - Mother and baby of family on the road from South Dakota, Tulelake, California 1939

Voglio condividere alcune domande, idee che mi ronzano in testa.

È giusta la giustizia? È salda sulle sue gambe la giustizia del mondo alla rovescia?
Il lanciascarpe dell’Iraq, colui che tirò le scarpe contro Bush, è stato condannato a tre anni di carcere. Non meritava invece una onorificenza?
Chi è il terrorista? Colui che lancia le scarpe o colui che le riceve?
Non è forse colpevole di terrorismo il serial killer che, mentendo, inventò la guerra dell’Iraq, assassinò un mucchio di gente, legalizzò la tortura e ordinò di utilizzarla?
Sono forse colpevoli gli abitanti di Atenco, nel Messico, o gli indigeni mapuches del Cile, o gli kekchíes del Guatemala, o i contadini senza terra del Brasile, tutti accusati di terrorismo per aver difeso il loro diritto alla terra?
Se la terra è sacra, anche se la legge non lo dice, non sono forse sacri pure coloro che la difendono?
Secondo la rivista Foreign Policy, la Somalia è il posto più pericoloso di tutti.
Ma chi sono i pirati? I morti di fame che assaltano le navi, o gli speculatori di Wall Street, che da anni assaltano il mondo e adesso ricevono ricompense multimilionarie per le loro fatiche?

Perché mai il mondo premia coloro che lo spogliano?
Perché mai la giustizia è cieca da un occhio solo?

Walmart, l’impresa più potente di tutte, proibisce i sindacati.
MacDonald’s pure.
Perché mai queste imprese violano, con delinquente impunità, la legge internazionale? Sarà forse perché nel mondo di oggigiorno il lavoro vale meno della spazzatura, e ancora meno valgono i diritti dei lavoratori?

Chi sono i giusti, e chi sono gli ingiusti?
Gli intoccabili delle cinque potenze

Se la giustizia internazionale esiste davvero, perché non giudica mai i potenti?
Non sono in prigione gli autori delle stragi più feroci.
Sarà forse perché sono loro ad avere le chiavi delle prigioni?
Perché mai sono intoccabili le cinque potenze che hanno il diritto di veto alle Nazioni Unite?
Quel diritto ha forse un’origine divina? Vegliano forse sulla pace coloro che fanno gli affari della guerra?
È forse giusto che la pace mondiale dipenda dalle cinque potenze che sono le principali produttrici di armi? Senza disprezzare i narcotrafficanti, non è anche questo un caso di «crimine organizzato»?

Ma non pretendono il castigo contro i padroni del mondo le grida di coloro che, dappertutto, chiedono la pena di morte. Ci mancherebbe altro.
Le grida gridano contro gli assassini che usano il coltello, non contro quelli che usano missili.
E io mi domando: giacché quei giustizieri hanno una voglia matta di uccidere, perché mai non chiedono la pena di morte contro l’ingiustizia sociale?
È forse giusto un mondo che ogni minuto destina tre milioni di dollari alle spese militari, mentre ogni minuto muoiono quindici bambini per fame o malattia curabile?
Contro chi si arma, fino ai denti, la cosiddetta comunità internazionale?
Contro la povertà o contro i poveri?

(Eduardo Galeano)

 

 

 

(immagine dal web)

 

 

Quello che nascondi nel cuore

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Quello che nascondi nel cuore,
aprilo agli occhi,
quello che ti pare di vedere,
aspettalo nel tuo cuore.
Di amore si muore,
chi è vivo
dicono
ma la felicità ci vuole,
ci manca come un pezzo di pane.
Chi è vivo, rimane sempre un bambino,
e vuole tornare nel grembo materno
o si ama o si uccide,
campo di battaglia o letto nuziale.
Sarai tu l’ottantenne, che
ucciso dalla nuova generazione,
mentre muori
generi milioni col tuo sangue.
Tu la spina nel piede
non ce l’hai più,
e dal tuo cuore
scappa anche la morte.
Quello che ti pare di vedere,
con la mano devi prendere,
quello che nascondi nel cuore,
uccidilo o bacialo forte.

(Attila József)

 

 

 

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L’ignoto

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Io non so chi tu sia. So che una sera
noi ci gettammo l’anima negli occhi,
con l’impeto di chi brama e non spera.
La ripigliammo cauti, quasi tocchi
da un dubbio, e ancor la scagliammo a segno,
come la freccia che dall’arco scocchi.
Senza accostarci, senza altro disegno
che quello di guardarci ebbri d’amore,
ma disgiunti da un qualche aspro ritegno.
Così il male durò. Più tentatore
d’allora, a tratti, il tuo volto m’abbaglia.
Curiosità di te mi punge il cuore,
desiderio di te me lo attanaglia.

(Amalia Guglielminetti)

 

 

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Il vento nell’isola

Il vento è un cavallo:
senti come corre
per il mare, per il cielo.

Vuol portarmi via: senti
come percorre il mondo
per portarmi lontano.

Nascondimi tra le tue braccia
per questa notte sola,
mentre la pioggia rompe
contro il mare e la terra
la sua bocca innumerevole.

Senti come il vento
mi chiama galoppando
per portarmi lontano.

Con la tua fronte sulla mia fronte,
con la tua bocca sulla mia bocca,
legati i nostri corpi,
all’amore che brucia,
lascia che il vento passi
senza che possa portarmi via.

Lascia che il vento corra
coronato di spuma,
che mi chiami e mi cerchi
galoppando nell’ombra,
mentre, sommerso,
sotto i tuoi grandi occhi,
per questa notte sola
riposerò, amor mio.

(Pablo Neruda)

 

 

 

(immagine dal web)

Zombie

Video



The Cranberries

Un’altra testa cade lentamente
Un bambino è preso umilmente
E la violenza causa un tale silenzio
Con chi stiamo sbagliando
Ma tu vedi: non sono io
Non è la mia famiglia

Nella tua testa, nella tua testa, stanno combattendo
Con i loro carri armati e le loro bombe
E le loro bombe e le loro pistole
Nella tua testa stanno piangendo
Nella tua testa, nella tua testa
Zombi, zombi, zombi
Cosa c’è nella tua testa, nella tua testa?
Zombi, zombi, zombi

Un’altra madre è stata colpita dalla tragedia:
Un figlio è sopraffatto
Quando la violenza causa silenzio
Stiamo sbagliando per forza
È la stessa vecchia storia fin dal 1916

Nella tua testa, nella tua testa combattono ancora
Con i loro carri armati, e le loro bombe
E le loro bombe e le loro pistole
Nella tua testa, nella tua testa giacciono

 

 

 

 

A ridosso del tempo

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A ridosso del tempo
c’é la tua immagine
mai consumata
nemmeno da un bacio.
Hai creduto alla gente facile
e non al genio
che ti guardava in volto
per avere solo un sospiro.
Ma non hai messo
l’anima sulle labbra
tu non mi hai mai baciato.

(Alda Merini)

 

 

(immagine dal web)