Tenerezza


E saprò accarezzare i nuovi fiori,
perché tu m’insegnasti la tenerezza.

(Pablo Neruda)


 

DAL GIARDINO DI I GIORNI E LE LUNE (scatto di I Giorni e le Lune, proprietà riservata ©)

DAL GIARDINO DI I GIORNI E LE LUNE
(scatto di I Giorni e le Lune, proprietà riservata ©)


È il Ranunculus acris, comunemente detto Botton d’oro.
I suoi fiori sono morbidi, silenziosi e luminosi.

Impossibile non provare tenerezza quando risvegliano il prato.


 

 

 

(immagine di I Giorni e le Lune, proprietà riservata ©)

 

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Orrortodonzia

Citazione

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Sputo le mie parole
come se fossero i miei denti.

Una mano pulisce le labbra.
L’altra la poesia.

Resta
il sapore di sangue in bocca.

(María Montero Zeledón)

 

 

 

 

 

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L’odio per la democrazia

Citazione


La società ineguale non porta nel suo grembo nessuna società dell’uguaglianza.
La società dell’uguaglianza è solo l’insieme delle relazioni ugualitarie che si tracciano qui e ora attraverso atti singolari e precari.
La democrazia è nuda nel suo rapporto col potere della ricchezza e col potere della filiazione che oggi lo asseconda o lo sfida.
Non è fondata in nessuna natura delle cose e non è garantita da nessuna forma istituzionale.
Non è portata da nessuna necessità storica e non ne porta nessuna.
E’ affidata solo alla costanza dei propri atti.
La cosa non può non fare paura e quindi suscita odio in chi è abituato a esercitare il magistero del pensiero.
Ma in chi sa condividere con chiunque il potere uguale dell’intelletto può suscitare coraggio, e quindi gioia.

(Jacques Rancière)


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Ancora dalla “Questione Morale” di Enrico Berlinguer

Citazione

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«I partiti non fanno piú politica», mi dice Enrico Berlinguer, ed ha una piega amara sulla bocca e, nella voce, come un velo di rimpianto.
Mi fa una curiosa sensazione sentirgli dire questa frase. Siamo immersi nella politica fino al collo: le pagine dei giornali e della Tv grondano di titoli politici, di personaggi politici, di battaglie politiche, di slogan politici, di formule politiche, al punto che gli italiani sono stufi, hanno ormai il rigetto della politica e un vento di qualunquismo soffia robustamente
dalle Alpi al Lilibeo…

«No, no, non è cosí, dice lui scuotendo la testa sconsolato.
Politica si faceva nel ’45, nel ’48 e ancora negli anni ’50 e sin verso la fine degli anni ’60.
Grandi dibattiti, grandi scontri di idee e, certo, anche di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune.
Che passione c’era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante!
Soprattutto c’era lo sforzo di capire la realtà del paese e di interpretarla. E tra avversari ci si stimava.
De Gasperi stimava Togliatti e Nenni e, al di là delle asprezze polemiche, n’era ricambiato».

Oggi non è piú cosí?

Direi proprio di no: i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia.

[…]

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.

E secondo lei non corrisponde alla situazione?

– Debbo riconoscere, signor segretario, che in gran parte è un quadro realistico.
Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo. Allora delle due l’una: o gli italiani hanno, come si suol dire, la classe dirigente che si meritano, oppure preferiscono questo stato di cose degradato all’ipotesi di vedere il Partito Comunista insediato al governo e ai vertici di potere. Che cosa è dunque che vi rende cosí estranei o temibili agli occhi della maggioranza degli italiani?

La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto.
Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne piú.
Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani danno in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative.

Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti.
Ebbene, sia nel ’74 per il divorzio, sia, ancor di piú, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.
Non nego che, alla lunga, gli effetti del voto referendario sulla legge 194 si potranno avvertire anche alle elezioni politiche.
Ma è un processo assai piú lento, proprio per le ragioni strutturali che ho indicato prima.

– C’è dunque una specie di schizofrenia nell’elettore.

Se vuole la chiami cosí. In Sicilia, per l’aborto, quasi il 70 per cento ha votato «no»: ma, poche settimane dopo, il 42 per cento ha votato Dc. Del resto, prendiamo il caso della legge sull’aborto: in quell’occasione, a parte le dichiarazioni ufficiali dei vari partiti, chi si è veramente impegnato nella battaglia e chi ha piú lavorato per il «no» sono state le donne, tutte le donne, e i comunisti.
Dall’altra parte della barricata, il Movimento per la vita e certe parti della gerarchia ecclesiastica.
Gli altri partiti hanno dato, sí, le loro indicazioni di voto, ma durante la campagna referendaria non li abbiamo neppure visti, a cominciare dalla DC.

E la spiegazione sta in quello che dicevo prima: sono macchine di potere che si muovono soltanto quando è in gioco il potere: seggi in comune, seggi in parlamento, governo centrale e governi locali, ministeri, sottosegretariati, assessorati, banche, enti.
Se no, non si muovono.
E quand’anche lo volessero, cosí come i partiti sono diventati oggi, non ne avrebbero piú la capacità.

[…]

(Enrico Berlinguer, dall’intervista di Eugenio Scalfari, “la Repubblica” del 28 Luglio 1981)

 

 

 

 

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In ogni cosa ho voglia di arrivare

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In ogni cosa ho voglia di arrivare
sino alla sostanza.
Nel lavoro, cercando la mia strada,
nel tumulto del cuore.

Sino all’essenza dei giorni passati,
sino alla loro ragione,
sino ai motivi, sino alle radici,
sino al midollo.

Eternamente aggrappandomi al filo
dei destini, degli avvenimenti,
sentire, amare, vivere, pensare,
effettuare scoperte.

Oh, se mi fosse dato, se potessi
almeno in parte,
mi piacerebbe scrivere otto versi
sulle proprietà della passione.

Sulle trasgressioni, sui peccati,
sulle fughe, sugli inseguimenti,
sulle inavvertenze frettolose,
sui gomiti, sui palmi.

Dedurrei la sua legge,
il suo cominciamento,
dei suoi nomi verrei ripetendo
le lettere iniziali.

I miei versi sarebbero un giardino.
Con tutto il brivido delle nervature
vi fiorirebbero i tigli a spalliera,
in fila indiana, l’uno dietro l’altro.

Introdurrei nei versi la fragranza
delle rose, un alito di menta,
ed il fieno tagliato, i prati, i biodi,
gli schianti della tempesta.

Così Chopin immise in altri tempi
un vivente prodigio
di ville, di avelli, di parchi, di selve
nei propri studi.

Giuoco e martirio
del trionfo raggiunto,
corda incoccata
di un arco teso.

(Boris Leonidovic Pasternak)

 

 

 

 

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Pepe Mujica: Sull’umiltà in politica.

Citazione


Appena i politici cominciano a salire in alto, diventano subito dei Re.
Non so come funzioni, ma quello che so è che le Repubbliche sono nate perchè nessuno sia più di qualcun altro.

L’ostentazione delle cariche è come qualcosa che è rimasto dal passato feudale.
Hai bisogno di un palazzo, di un tappeto rosso e di molte persone dietro di te che dicono “Si, signore”.
Credo che tutto questo sia orribile.

(José Pepe Mujica)


 

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Come chiamare questa tua assenza?

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Come chiamare questa tua assenza? Sgradito ospite che spavaldo impone la sua presenza.
Come può il vuoto, il nulla, essere tanto ingombrante da riempirti?

No. Svuotarti. Perché l’assenza ti svuota e lo fa in silenzio con la stessa perfidia di chi cova odio a lungo, di chi serve la vendetta in calici preziosi di vini che non oseresti bere. Ai quali concedi uno di quei lunghi rituali che sono quasi sacri, d’obbligo, persino. L’avvicinarsi del cristallo alle narici, dividendo i profumi uno ad uno.
Riconoscendoli. Respirandoli.

Il galleggiare del rosso da un lato all’altro, in una danza sinuosa come in una notte d’estate l’acqua del mare al passaggio di una barca a vela, come lo strascico di seta rosso che scivola tra le gambe e lascia dietro sé una donna che alzandosi dal letto dopo aver fatto l’amore si trascina il lenzuolo cercando di coprire quelle stesse nudità che vengono ancor più esaltate, da quella danza sensuale di movimenti lenti che ogni donna possiede. Con una tale grazia ch’è pari di quella di una Dea.

L’assenza t’annienta, senza annientarti del tutto. E ti contiene, ed è come fossi gettato di continuo in un pozzo infinito del quale non conoscerai mai il fondo.
Quella fine che pur non conoscendo ti seduce, per quella sensazione verosimile
di serenità che infonde il sapere, l’assurdo bisogno che si ha di una conclusione qualunque, soprattutto quando perdi qualcosa che importa più della vita stessa, la speranza di vivere.

Ma l’assenza non è come la morte, qualcosa di simile forse, ma certamente di più.
E’ incolore. Ma non è aria, né acqua.
Due orecchie, due occhi, due braccia, due gambe fanno pur sempre una sola persona,
persino due labbra fanno una sola bocca, due labbra che tacendo, saprebbero parlarti di divino di quell’unione perfetta del fondersi spontaneo di due corpi, l’adagiarsi setoso sull’un l’altro, liberi nell’essere tutt’uno.

Simile all’assenza, non è assenza. Nostalgia nemmeno. E’ qualcosa di più, di più.
E’ come accorgersi di essere privati di un piede, una mano, un occhio. E’ come essere a metà.

Ecco perchè ho tardato tanto. Ecco perchè non ho smesso di cercarti. Sei parte mancante di me.
Eppure il tuo cuore batte sul mio petto, il tuo respiro ondeggia sul mio collo.
Eppure non ci sei. Non riesco a vederti, nè afferrarti. E sei ovunque attorno e in me.

Di tutte le vite che ho vissuto non ricordo che una sola. La vita di cui sono priva.
Dammi le tue mani amore, scriveremo una sola poesia, in fondo, non guardano che un solo orizzonte gli occhi, non percorrono che un solo sentiero, i piedi.

Non siamo che l’ala mancante del cielo dell’un l’altro, divisi, non siamo altro che tutt’uno, come due bocche che altro non desiderano, non fanno, che un solo bacio.
La chiave del nostro inizio.

(Anileda Xeka)

 

 

 

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Sulla felicità umana. Il pensiero di Pepe Mujica

Citazione


“…possiede il Mondo oggi gli elementi materiali per rendere possibile che 7 o 8 miliardi di persone possano sostenere lo stesso grado di consumo e sperpero che hanno le piú opulente societá occidentali? Sará possibile tutto ció?
O dovremo sostenere un giorno, un altro tipo di discussione?

Perché abbiamo creato questa civilizzazione nella quale stiamo: figlia del mercato, figlia della competizione e che ha portato un progresso materiale portentoso ed esplosivo.
Ma l’economia di mercato ha creato societá di mercato.
E ci ha rifilato questa globalizzazione, che significa guardare in tutto il pianeta.

Stiamo governando la globalizzazione o la globalizzazione ci governa?
É possibile parlare di solidarietá e dello stare tutti insieme in una economia basata sulla competizione spietata? Fino a dove arriva la nostra fraternitá?
[…]
L’uomo non governa oggi le forze che ha sprigionato, ma queste forze governano l’uomo e la vita.
Perché non veniamo alla luce per svilupparci solamente, cosí, in generale.

Veniamo alla luce per essere felici.
Perché la vita é corta e se ne va via rapidamente.
E nessun bene vale come la vita, questo é elementare.
Ma se la vita scappa via, lavorando e lavorando per consumare un plus e la societá di consumo é il motore, perché, in definitiva, se si paralizza il consumo, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia, appare il fantasma del ristagno per ognuno di noi.
Ma questo iper consumo é lo stesso che sta aggredendo il pianeta.

Peró loro devono generare questo iper consumo, producono le cose che durano poco, perché devono vendere tanto.
Una lampadina elettirica, quindi, non puó durare piú di 1000 ore accesa.
Peró esistono lampadine che possono durare 100mila ore accese!

Ma questo non si puó fare perché il problema é il mercato, perché dobbiamo lavorare e dobbiamo sostenere una civilizzazione dell’usa e getta, e cosí rimaniamo in un circolo vizioso.

Questi sono problemi di carattere político che ci stanno indicando che é ora di cominciare a lottare per un’altra cultura. […]”

(José Pepe Mujica)


 

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Pepe Mujica: Su rivoluzione e rivolte

Citazione


Ho visto alcune Primavere che hanno finito per essere inverni terribili.
Noi esseri umani siamo dei gregari. Non possiamo vivere da soli.
Perchè la nostra vita sia possibile, dipendiamo dalla società.

Una cosa è rovesciare un governo o bloccare le strade.

Ma creare e costruire una società migliore è una questione completamente diversa, c’è bisogno di organizzazione, disciplina e lavoro a lungo termine.

Non confondiamo le due cose.

Voglio metterlo in chiaro: mi sento vicino a questa energia giovanile, ma penso che non possa andare da nessuna parte se non diventa più matura.

(Pepe Mujica)


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La gente che mi piace

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Mi piace la gente che vibra,
che non devi continuamente sollecitare
e alla quale non c’è bisogno di dire cosa fare
perché sa quello che bisogna fare
e lo fa in meno tempo di quanto sperato.
Mi piace la gente che sa misurare
le conseguenze delle proprie azioni,
la gente che non lascia le soluzioni al caso.
Mi piace la gente giusta e rigorosa,
sia con gli altri che con se stessa,
purché non perda di vista che siamo umani
e che possiamo sbagliare.
Mi piace la gente che pensa
che il lavoro in equipe, fra amici,
è più produttivo dei caotici sforzi individuali.
Mi piace la gente che conosce
l’importanza dell’allegria.
Mi piace la gente sincera e franca,
capace di opporsi con argomenti sereni e ragionevoli
Mi piace la gente di buon senso,
quella che non manda giù tutto,
quella che non si vergogna di riconoscere
che non sa qualcosa o si è sbagliata
Mi piace la gente che, nell’accettare i suoi errori,
si sforza genuinamente di non ripeterli.
Mi piace la gente capace di criticarmi
costruttivamente e a viso aperto:
questi li chiamo “i miei amici”.
Mi piace la gente fedele e caparbia,
che non si scoraggia quando si tratta
di perseguire traguardi e idee.
Mi piace la gente che lavora per dei risultati.
Con gente come questa mi impegno a qualsiasi impresa,
giacché per il solo fatto di averla al mio fianco
mi considero ben ricompensato.

(Mario Benedetti)

 

 

 

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Versi sottili come righe di pioggia

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Bisogna condannare
severamente chi
creda nei buoni sentimenti
e nelI’innocenza.

Bisogna condannare
altrettanto severamente chi
ami il sottoproletariato
privo di coscienza di classe.

Bisogna condannare
con la massima severità
chi ascolti in sé e esprima
i sentimenti oscuri e scandalosi.

Queste parole di condanna
hanno cominciato a risuonare
nel cuore degli Anni Cinquanta
e hanno continuato fino a oggi.

Frattanto l’innocenza,
che effettivamente c’era,
ha cominciato a perdersi
in corruzioni, abiure e nevrosi.

Frattanto il sottoproletariato,
che effettivamente esisteva,
ha finito col diventare
una riserva della piccola borghesia.

Frattanto i sentimenti
ch’erano per loro natura oscuri
sono stati investiti
nel rimpianto delle occasioni perdute.

Naturalmente, chi condannava
non si è accorto di tutto ciò:
egli continua a ridere dell’innocenza,
a disinteressarsi del sottoproletariato

e a dichiarare i sentimenti reazionari.
Continua a andare da casa
all’ufficio, dall’ufficio a casa,
oppure a insegnare letteratura:

è felice del progressismo
che gli fa sembrare sacrosanto
il dover insegnare al domestici
l’alfabeto delle scuole borghesi.

È felice del laicismo
per cui è più che naturale
che i poveri abbiano casa
macchina e tutto il resto.

È felice della razionalità
che gli fa praticare un antifascismo
gratificante ed eletto,
e soprattutto molto popolare.

Che tutto questo sia banale
non gli passa neanche per la testa:
infatti, che sia così o che non sia così,
a lui non viene in tasca niente.

Parla, qui, un misero e impotente Socrate
che sa pensare e non filosofare,
il quale ha tuttavia l’orgoglio
non solo d’essere intenditore

(il più esposto e negletto)
dei cambiamenti storici, ma anche
di esserne direttamente
e disperatamente interessato.

(Pier Paolo Pasolini)

 

 

 

 

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Undici minuti

Citazione


Un vigliacco è un essere che non ha mai osato guardare nel fondo della propria anima, che non ha mai cercato di scoprire da dove provenga il desiderio di liberare la fiera selvaggia, di capire che cosa siano la felicità, il dolore, l’amore: sono esperienze limite dell’uomo.

E soltanto chi conosce queste frontiere può dire di conoscere la vita.
Il resto è solo un far passare il tempo, un ripetere lo stesso esercizio, invecchiare e morire senza aver realmente saputo che cosa si stava facendo.

(Paulo Coelho)


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Acculturazione e acculturazione (seconda parte)

Citazione

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[…continua da qui]

Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria).
Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?

No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d’animo collettivi.
Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà.
Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i “figli di papà”, i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli.

Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l’hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l’analfabetismo e la rozzezza.
I ragazzi sottoproletari umiliati cancellano nella loro carta d’identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di “studente”.
Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo-borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi).
Nel tempo stesso, il ragazzo piecolo-borghese, nell’adeguarsi al modello “televisivo” che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale, diviene stranamente rozzo e infelice.
Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati.
La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio “uomo” che è ancora in loro di svilupparsi.
Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali.

La responsabilità della televisione in tutto questo è enorme. Non certe in quanto “mezzo tecnico”, ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa.
Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi.
È il luogo dove si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare.
E attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere.

Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo.
Un giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore.
Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata bruttata per sempre.

(Pier Paolo Pasolini, Scritti Corsari)

 

 

 

 

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Acculturazione e acculturazione (prima parte)

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Molti lamentano (in questo frangente dell’austerity) i disagi dovuti alla mancanza di una vita sociale e culturale organizzata fuori dal Centro “cattivo” nelle periferie “buone” (viste con dormitori senza verde, senza servizi, senza autonomia, senza più reali rapporti umani). Lamento retorico.
Se infatti ciò di cui nelle periferie si lamenta la mancanza, ci fosse, esso sarebbe comunque organizzato dal Centro.
Quello stesso Centro che, in pochi anni, ha distrutto tutte le culture periferiche dalle quali, appunto, fino a pochi anni fa, era assicurata una vita propria, sostanzialmente libera, anche alle periferie più povere e addirittura miserabili.

Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi.
Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta.
Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole.
Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata.
I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta.
Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica, voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana.
Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni.

Le strade, la motorizzazione ecc. hanno ormai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale.
Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva.
Per mezzo della televisione il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali.
Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè, come dicevo, i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo.
Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.

L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che “omologava” gli italiani.
Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale “omologatore” che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo.
Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione.
Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina).

[segue]

(Pier Paolo Pasolini, Scritti Corsari)

 

 

 

 

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My Immortal

Video

Evanescence – (testo originale qui)

Sono così stanca di stare qui
Soppressa da tutte le mie paure infantili
E se devi andartene
Vorrei che tu te ne andassi e basta
Perchè la tua presenta indugia qui
E non mi lascerà da sola

Queste ferite sembrano non guarire
Questo dolore è troppo reale
C’è semplicemente troppo che il tempo non può cancellare

Quando hai pianto ho asciugato tutte le tue lacrime
Quando hai urlato ho combattutto tutte le tue paure
Ho tenuto la tua mano durante tutti questi anni
Ma tu hai ancora tutto di me
Mi catturavi con la tua luce risonante

Adesso sono costretta dalla vita che hai lasciato indietro
Il tuo volto pervade
I miei sogni, una volta piacevoli
Che la tua voce ha cacciato via
Tutta la sanità in me

Queste ferite sembrano non guarire
Questo dolore è troppo reale
C’è semplicemente troppo che il tempo non può cancellare

Quando hai pianto ho asciugato tutte le tue lacrime
Quando hai urlato ho combattutto tutte le tue paure
Ho tenuto la tua mano durante tutti questi anni
Ma tu hai ancora tutto di me

Ho provato così tanto a dirmi che te ne sei andato
ma anche se tu sei ancora qui con me
sono stata sempre da sola