Ritorno al reale: nuove diagnosi

amare

Definire la libertà come indipendenza nasconde un pericoloso equivoco.
Non esiste per l’uomo indipendenza assoluta (un essere finito che non dipenda da nulla, sarebbe un essere separato da tutto, eliminato cioè dall’esistenza).
Ma esiste una dipendenza morta che lo opprime e una dipendenza viva che lo fa sbocciare.

La prima di queste dipendenze è schiavitù, la seconda è libertà.
Un forzato dipende dalle sue catene, un agricoltore dipende dalla terra e dalle stagioni: queste due espressioni designano realtà ben diverse.

Torniamo ai paragoni biologici che sono sempre i più illuminanti.
In che consiste il “respirare liberamente”? Forse nel fatto di polmoni assolutamente “indipendenti”?
Nient’affatto: i polmoni respirano tanto più liberamente quanto più solidamente, più intimamente sono legati agli altri organi del corpo. Se questo legame si allenta, la respirazione diventa sempre meno libera e, al limite, si arresta.

La libertà è funzione della solidarietà vitale. Ma nel mondo delle anime questa solidarietà vitale porta un altro nome: si chiama amore.
A seconda del nostro atteggiamento affettivo nei loro confronti, i medesimi legami possono essere accettati come vincoli vitali, o respinti come catene, gli stessi muri possono avere la durezza oppressiva della prigione o l’intima dolcezza del rifugio.

Il fanciullo studioso corre liberamente alla scuola, il vero soldato si adatta amorosamente alla disciplina, gli sposi che si amano fioriscono nei “legami” del matrimonio.

Ma la scuola, la caserma e la famiglia sono orribili prigioni per lo scolaro, il soldato o gli sposi senza vocazione.
L’uomo non è libero nella misura in cui non dipende da nulla o da nessuno: è libero nell’esatta misura in cui dipende da ciò che ama, ed è prigioniero nell’esatta misura in cui dipende da ciò che non può amare.
Così il problema della libertà non si pone in termini di indipendenza, ma in termini di amore.

(Gustave Thibon)

 

 

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Gli intoccabili delle cinque potenze

Dorothea Lange for the Farm Security Administration - Mother and baby of family on the road from South Dakota, Tulelake, California 1939

Voglio condividere alcune domande, idee che mi ronzano in testa.

È giusta la giustizia? È salda sulle sue gambe la giustizia del mondo alla rovescia?
Il lanciascarpe dell’Iraq, colui che tirò le scarpe contro Bush, è stato condannato a tre anni di carcere. Non meritava invece una onorificenza?
Chi è il terrorista? Colui che lancia le scarpe o colui che le riceve?
Non è forse colpevole di terrorismo il serial killer che, mentendo, inventò la guerra dell’Iraq, assassinò un mucchio di gente, legalizzò la tortura e ordinò di utilizzarla?
Sono forse colpevoli gli abitanti di Atenco, nel Messico, o gli indigeni mapuches del Cile, o gli kekchíes del Guatemala, o i contadini senza terra del Brasile, tutti accusati di terrorismo per aver difeso il loro diritto alla terra?
Se la terra è sacra, anche se la legge non lo dice, non sono forse sacri pure coloro che la difendono?
Secondo la rivista Foreign Policy, la Somalia è il posto più pericoloso di tutti.
Ma chi sono i pirati? I morti di fame che assaltano le navi, o gli speculatori di Wall Street, che da anni assaltano il mondo e adesso ricevono ricompense multimilionarie per le loro fatiche?

Perché mai il mondo premia coloro che lo spogliano?
Perché mai la giustizia è cieca da un occhio solo?

Walmart, l’impresa più potente di tutte, proibisce i sindacati.
MacDonald’s pure.
Perché mai queste imprese violano, con delinquente impunità, la legge internazionale? Sarà forse perché nel mondo di oggigiorno il lavoro vale meno della spazzatura, e ancora meno valgono i diritti dei lavoratori?

Chi sono i giusti, e chi sono gli ingiusti?
Gli intoccabili delle cinque potenze

Se la giustizia internazionale esiste davvero, perché non giudica mai i potenti?
Non sono in prigione gli autori delle stragi più feroci.
Sarà forse perché sono loro ad avere le chiavi delle prigioni?
Perché mai sono intoccabili le cinque potenze che hanno il diritto di veto alle Nazioni Unite?
Quel diritto ha forse un’origine divina? Vegliano forse sulla pace coloro che fanno gli affari della guerra?
È forse giusto che la pace mondiale dipenda dalle cinque potenze che sono le principali produttrici di armi? Senza disprezzare i narcotrafficanti, non è anche questo un caso di «crimine organizzato»?

Ma non pretendono il castigo contro i padroni del mondo le grida di coloro che, dappertutto, chiedono la pena di morte. Ci mancherebbe altro.
Le grida gridano contro gli assassini che usano il coltello, non contro quelli che usano missili.
E io mi domando: giacché quei giustizieri hanno una voglia matta di uccidere, perché mai non chiedono la pena di morte contro l’ingiustizia sociale?
È forse giusto un mondo che ogni minuto destina tre milioni di dollari alle spese militari, mentre ogni minuto muoiono quindici bambini per fame o malattia curabile?
Contro chi si arma, fino ai denti, la cosiddetta comunità internazionale?
Contro la povertà o contro i poveri?

(Eduardo Galeano)

 

 

 

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Sii gentile con la paura

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Sii gentile con la paura.
E’ figlia del non conosciuto.
Ha viaggiato anni luce per cercarti.
Non essere spaventato/a di sentirla totalmente.
Non ti farà del male.
Lasciala venire più vicino, lascia che ti penetri se deve.
Senti la sua vitalità, è un colpo al cuore, vibrazioni e fremiti nel corpo.
Fino a che non ci sarà devisione fra “sé” e “paura”.
Fino a che tu non potrai chiamarla “paura”.
Fino a che ci sarà solo vita, cruda ed immediata, e senza nome, e benevola.
Paura è una breccia dello sconosciuto,
una distruzione di certezze.
E’ la forgiatura di un nuovo sentiero nella vastità della notte.
E’ il brivido di esser svegli.
La paura ti ricorda
che vivi sulla soglia del mistero.
Che bevi dalla fontana della possibilità.
Che il tuo essere è vasto.
Che solo il falso può morire.
Non spingere via la paura, o etichettarla come “negativa” o “non spirituale”.
Non fingere che non ci sia.
Non correre a cancellarla, o trasformarla, o anche guarirla.
Non è una nemica, non è un errore.
Custodisce grande intelligenza e potere di guarigione.
E’ antica e saggia.
Inchinati ad essa.
Lascia che la paura sia paura, pienamente.
Ma non esserne spaventato.
Lascia che il corpo tremi, che il cuore si scuota.
E sappi che sei presente.
E aperto/a, e in apertura.
Lascia che la paura, così incompresa,
torni e trovi pace nel tuo vasto cuore.
Ergiti sulla soglia,
compi il primo passo nel vuoto.
Forse stai tremando, ma sei così dannatamente vivo.

(Jeff Foster)

 

 

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da Miseria della filosofia

Citazione


Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio.

È il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore.

(Karl Marx)


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Abbiate paura della paura

Citazione


L’aspirazione degli uomini verso ciò che rappresenta civiltà è nata in quel primo luogo-spirito di libertà che è la Grecia.
Nessun altro paese del mondo, in quei secoli lontani, sapeva ancora che cosa fosse la libertà.
La Grecia lo sapeva, e lo sapeva in segni che durano ancora per dire agli uomini che la libertà è tutto, è tutto se si vuole essere uomini.
E lo fa anche per trarre una lezione alta di moralità dagli eventi nell’Atene di tanti secoli dopo.
Bisogna stimolare i giovani a non avere paura.
La paura è lo stato d’animo che determina le peggiori conseguenze. Basta che s’insinui la paura perché un popolo perda la libertà. Abbiate paura della paura.

(Giuseppe Ungaretti)


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L’odio per la democrazia

Citazione


La società ineguale non porta nel suo grembo nessuna società dell’uguaglianza.
La società dell’uguaglianza è solo l’insieme delle relazioni ugualitarie che si tracciano qui e ora attraverso atti singolari e precari.
La democrazia è nuda nel suo rapporto col potere della ricchezza e col potere della filiazione che oggi lo asseconda o lo sfida.
Non è fondata in nessuna natura delle cose e non è garantita da nessuna forma istituzionale.
Non è portata da nessuna necessità storica e non ne porta nessuna.
E’ affidata solo alla costanza dei propri atti.
La cosa non può non fare paura e quindi suscita odio in chi è abituato a esercitare il magistero del pensiero.
Ma in chi sa condividere con chiunque il potere uguale dell’intelletto può suscitare coraggio, e quindi gioia.

(Jacques Rancière)


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Ancora dalla “Questione Morale” di Enrico Berlinguer

Citazione

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«I partiti non fanno piú politica», mi dice Enrico Berlinguer, ed ha una piega amara sulla bocca e, nella voce, come un velo di rimpianto.
Mi fa una curiosa sensazione sentirgli dire questa frase. Siamo immersi nella politica fino al collo: le pagine dei giornali e della Tv grondano di titoli politici, di personaggi politici, di battaglie politiche, di slogan politici, di formule politiche, al punto che gli italiani sono stufi, hanno ormai il rigetto della politica e un vento di qualunquismo soffia robustamente
dalle Alpi al Lilibeo…

«No, no, non è cosí, dice lui scuotendo la testa sconsolato.
Politica si faceva nel ’45, nel ’48 e ancora negli anni ’50 e sin verso la fine degli anni ’60.
Grandi dibattiti, grandi scontri di idee e, certo, anche di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune.
Che passione c’era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante!
Soprattutto c’era lo sforzo di capire la realtà del paese e di interpretarla. E tra avversari ci si stimava.
De Gasperi stimava Togliatti e Nenni e, al di là delle asprezze polemiche, n’era ricambiato».

Oggi non è piú cosí?

Direi proprio di no: i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia.

[…]

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.

E secondo lei non corrisponde alla situazione?

– Debbo riconoscere, signor segretario, che in gran parte è un quadro realistico.
Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo. Allora delle due l’una: o gli italiani hanno, come si suol dire, la classe dirigente che si meritano, oppure preferiscono questo stato di cose degradato all’ipotesi di vedere il Partito Comunista insediato al governo e ai vertici di potere. Che cosa è dunque che vi rende cosí estranei o temibili agli occhi della maggioranza degli italiani?

La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto.
Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne piú.
Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani danno in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative.

Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti.
Ebbene, sia nel ’74 per il divorzio, sia, ancor di piú, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.
Non nego che, alla lunga, gli effetti del voto referendario sulla legge 194 si potranno avvertire anche alle elezioni politiche.
Ma è un processo assai piú lento, proprio per le ragioni strutturali che ho indicato prima.

– C’è dunque una specie di schizofrenia nell’elettore.

Se vuole la chiami cosí. In Sicilia, per l’aborto, quasi il 70 per cento ha votato «no»: ma, poche settimane dopo, il 42 per cento ha votato Dc. Del resto, prendiamo il caso della legge sull’aborto: in quell’occasione, a parte le dichiarazioni ufficiali dei vari partiti, chi si è veramente impegnato nella battaglia e chi ha piú lavorato per il «no» sono state le donne, tutte le donne, e i comunisti.
Dall’altra parte della barricata, il Movimento per la vita e certe parti della gerarchia ecclesiastica.
Gli altri partiti hanno dato, sí, le loro indicazioni di voto, ma durante la campagna referendaria non li abbiamo neppure visti, a cominciare dalla DC.

E la spiegazione sta in quello che dicevo prima: sono macchine di potere che si muovono soltanto quando è in gioco il potere: seggi in comune, seggi in parlamento, governo centrale e governi locali, ministeri, sottosegretariati, assessorati, banche, enti.
Se no, non si muovono.
E quand’anche lo volessero, cosí come i partiti sono diventati oggi, non ne avrebbero piú la capacità.

[…]

(Enrico Berlinguer, dall’intervista di Eugenio Scalfari, “la Repubblica” del 28 Luglio 1981)

 

 

 

 

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Pepe Mujica: Sull’umiltà in politica.

Citazione


Appena i politici cominciano a salire in alto, diventano subito dei Re.
Non so come funzioni, ma quello che so è che le Repubbliche sono nate perchè nessuno sia più di qualcun altro.

L’ostentazione delle cariche è come qualcosa che è rimasto dal passato feudale.
Hai bisogno di un palazzo, di un tappeto rosso e di molte persone dietro di te che dicono “Si, signore”.
Credo che tutto questo sia orribile.

(José Pepe Mujica)


 

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Sulla felicità umana. Il pensiero di Pepe Mujica

Citazione


“…possiede il Mondo oggi gli elementi materiali per rendere possibile che 7 o 8 miliardi di persone possano sostenere lo stesso grado di consumo e sperpero che hanno le piú opulente societá occidentali? Sará possibile tutto ció?
O dovremo sostenere un giorno, un altro tipo di discussione?

Perché abbiamo creato questa civilizzazione nella quale stiamo: figlia del mercato, figlia della competizione e che ha portato un progresso materiale portentoso ed esplosivo.
Ma l’economia di mercato ha creato societá di mercato.
E ci ha rifilato questa globalizzazione, che significa guardare in tutto il pianeta.

Stiamo governando la globalizzazione o la globalizzazione ci governa?
É possibile parlare di solidarietá e dello stare tutti insieme in una economia basata sulla competizione spietata? Fino a dove arriva la nostra fraternitá?
[…]
L’uomo non governa oggi le forze che ha sprigionato, ma queste forze governano l’uomo e la vita.
Perché non veniamo alla luce per svilupparci solamente, cosí, in generale.

Veniamo alla luce per essere felici.
Perché la vita é corta e se ne va via rapidamente.
E nessun bene vale come la vita, questo é elementare.
Ma se la vita scappa via, lavorando e lavorando per consumare un plus e la societá di consumo é il motore, perché, in definitiva, se si paralizza il consumo, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia, appare il fantasma del ristagno per ognuno di noi.
Ma questo iper consumo é lo stesso che sta aggredendo il pianeta.

Peró loro devono generare questo iper consumo, producono le cose che durano poco, perché devono vendere tanto.
Una lampadina elettirica, quindi, non puó durare piú di 1000 ore accesa.
Peró esistono lampadine che possono durare 100mila ore accese!

Ma questo non si puó fare perché il problema é il mercato, perché dobbiamo lavorare e dobbiamo sostenere una civilizzazione dell’usa e getta, e cosí rimaniamo in un circolo vizioso.

Questi sono problemi di carattere político che ci stanno indicando che é ora di cominciare a lottare per un’altra cultura. […]”

(José Pepe Mujica)


 

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Pepe Mujica: Su rivoluzione e rivolte

Citazione


Ho visto alcune Primavere che hanno finito per essere inverni terribili.
Noi esseri umani siamo dei gregari. Non possiamo vivere da soli.
Perchè la nostra vita sia possibile, dipendiamo dalla società.

Una cosa è rovesciare un governo o bloccare le strade.

Ma creare e costruire una società migliore è una questione completamente diversa, c’è bisogno di organizzazione, disciplina e lavoro a lungo termine.

Non confondiamo le due cose.

Voglio metterlo in chiaro: mi sento vicino a questa energia giovanile, ma penso che non possa andare da nessuna parte se non diventa più matura.

(Pepe Mujica)


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Acculturazione e acculturazione (seconda parte)

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[…continua da qui]

Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria).
Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?

No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d’animo collettivi.
Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà.
Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i “figli di papà”, i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli.

Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l’hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l’analfabetismo e la rozzezza.
I ragazzi sottoproletari umiliati cancellano nella loro carta d’identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di “studente”.
Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo-borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi).
Nel tempo stesso, il ragazzo piecolo-borghese, nell’adeguarsi al modello “televisivo” che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale, diviene stranamente rozzo e infelice.
Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati.
La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio “uomo” che è ancora in loro di svilupparsi.
Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali.

La responsabilità della televisione in tutto questo è enorme. Non certe in quanto “mezzo tecnico”, ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa.
Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi.
È il luogo dove si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare.
E attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere.

Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo.
Un giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore.
Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata bruttata per sempre.

(Pier Paolo Pasolini, Scritti Corsari)

 

 

 

 

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Acculturazione e acculturazione (prima parte)

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Molti lamentano (in questo frangente dell’austerity) i disagi dovuti alla mancanza di una vita sociale e culturale organizzata fuori dal Centro “cattivo” nelle periferie “buone” (viste con dormitori senza verde, senza servizi, senza autonomia, senza più reali rapporti umani). Lamento retorico.
Se infatti ciò di cui nelle periferie si lamenta la mancanza, ci fosse, esso sarebbe comunque organizzato dal Centro.
Quello stesso Centro che, in pochi anni, ha distrutto tutte le culture periferiche dalle quali, appunto, fino a pochi anni fa, era assicurata una vita propria, sostanzialmente libera, anche alle periferie più povere e addirittura miserabili.

Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi.
Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta.
Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole.
Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata.
I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta.
Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica, voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana.
Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni.

Le strade, la motorizzazione ecc. hanno ormai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale.
Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva.
Per mezzo della televisione il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali.
Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè, come dicevo, i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo.
Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.

L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che “omologava” gli italiani.
Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale “omologatore” che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo.
Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione.
Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina).

[segue]

(Pier Paolo Pasolini, Scritti Corsari)

 

 

 

 

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L’arte di amare

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È l’amore un’arte? Allora richiede sforzo e saggezza.
Oppure l’amore è una piacevole sensazione, qualcosa in cui imbattersi, è una questione di fortuna?

La gente non pensa che l’amore non conti.
Anzi, ne ha bisogno; corre a vedere serie interminabili di film d’amore, felice o infelice, ascolta canzoni d’amore; eppure nessuno crede che ci sia qualcosa da imparare
in materia d’amore.

(Erich Fromm)


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da Quasi un testamento

Citazione


MIGLIORAMENTO DEL MONDO

Un singolo che faccia qualcosa proponendosi «il miglioramento del mondo» è un cretino.
Per la maggior parte, coloro che pubblicamente lavorano «al miglioramento del mondo» finiscono in carcere per truffa.
Inoltre il mondo riesce sempre alla fine a integrare gli eretici.

Per esempio le beatificazioni e le santificazioni…Ammettete che santifichino Papa Giovanni XXIII: eccolo integrato, messo in un santino e esorcizzato. E non c’è dubbio che Giovanni XXIII abbia contribuito a un possibile miglioramento del mondo.
Ma se qualcuno gil avesse chiesto: «Scusi, lei contribuisce al miglioramento del mondo?», lui l’avrebbe preso in giro, o magari mandato al diavolo, e certamente poi sorridendo avrebbe detto fra sé: «Faccio quello che posso».

In realtà, il mondo non migliora mai. L’idea del miglioramento del mondo è una di quelle idee-alibi con cui si consolano le coscienze infelici o le coscienze ottuse (includo in questa classificazione anche i comunisti quando parlano di «speranza»).
Dunque, uno dei modi per essere utili al mondo è dire chiaro e tondo che il mondo non migliorerà mai, e che i suoi miglioramenti sono metastorici, avvengono nel momento in cui qualcuno afferma una cosa reale o compie un atto di coraggio intellettuale o civile.
Solo una somma (impossibile) di tali parole o tali atti effettuerebbe un miglioramento concreto del mondo.
E sarebbe il paradiso e la morte.

Il mondo può peggiorare, invece, questo sì. E per questo che bisogna lottare continuamente: e lottare, poi, per un obiettivo minimo, ossia per la difesa dei diritti civili (quando si siano ottenuti attraverso precedenti lotte).
I diritti civili sono infatti eternamente minacciati, eternamente sul punto di venire soppressi.
È necessario quindi anche lottare per creare nuovi tipi di società, in cui il programma minimo dei diritti civili sia garantito.
Per esempio, una società veramente socialista.

(Pier Paolo Pasolini)


 

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Cos’è questo golpe? Io so


Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della CIA (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.

Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista).
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.

Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere.
Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere.
Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile.
Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio.
Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1° novembre 1974.

Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.

Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.

Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.

Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito Comunista Italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito Comunista Italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.

Il Partito Comunista Italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito Comunista Italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola.

Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.

Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro.
E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.

Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni?
È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica.
E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.
L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.

Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno.
Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.

Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana.
E lo faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti.
E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.

Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.

Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti.
Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori).
Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

(Pier Paolo Pasolini – Corriere della Sera, 14 novembre 1974)


 

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