Tu vivi sempre nei tuoi atti

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Tu vivi sempre nei tuoi atti.
Con la punta delle dita
sfiori il mondo, gli strappi
aurore, trionfi, colori,
allegrie: è la tua musica.
La vita è ciò che tu suoni.
Dai tuoi occhi solamente
emana la luce che guida
i tuoi passi. Cammini
fra ciò che vedi. Soltanto.
E se un dubbio ti fa cenno
a diecimila chilometri,
abbandoni tutto, ti lanci
su prore, su ali,
sei subito lì; con i baci,
coi denti lo laceri:
non è più dubbio.
Tu mai puoi dubitare.
Perché tu hai capovolto
i misteri. E i tuoi enigmi,
ciò che mai potrai capire,
sono le cose più chiare:
la sabbia dove ti stendi,
il battito del tuo orologio
e il tenero corpo rosato
che nel tuo specchio ritrovi
ogni giorno al risveglio,
ed è il tuo. I prodigi
che sono già decifrati.
E mai ti sei sbagliata,
solo una volta, una notte
che t’invaghisti di un’ombra
– l’unica che ti è piaciuta –
Un’ombra pareva.
E volesti abbracciarla.
Ed ero io.

(Pedro Salinas)

 

 

 

(immagine dal web)

 

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Basta che io ami

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Distruggono il mondo
a colpi di martello
ma non mi importa
non mi importa davvero
ne rimane abbastanza
Basta che io ami
una piuma azzurra
una pista di sabbia
un uccello pauroso
Basta che io ami
un filo d’erba sottile
una goccia di rugiada
un grillo di bosco
Possono rompere il mondo
in frantumi
ne rimane abbastanza per me
ne rimane abbastanza
Avrò sempre un po’ d’aria
un filo di vita
un barlume di luce nell’occhio
e il vento nelle ortiche
E ancora, e ancora
se mi mettono in prigione
ne resta abbastanza per me
ne resta abbastanza
Basta che io ami
questa pietra corrosa
questi uncini di ferro
che trattengono un grumo di sangue
lo l’amo, io l’amo
La tavola consumata del mio letto
il pagliericcio e lo scaldino
la polvere del sole
Amo lo spioncino che s’apre
gli uomini che sono entrati
che avanzano, che mi portano via
Ritrovare la strada del mondo
e ritrovare il colore
Amo questi due lunghi montanti
questo coltello a triangolo
questi signori vestiti di nero
E’ la mia festa ed io sono orgoglioso
L’amo, l’amo
Questo paniere risonante
dove poserò la mia testa
oh, l’amo tanto
Basta che io ami
un piccolo stelo d’erba azzurra
una goccia di rugiada
un amore di uccellino pauroso
Fracassano il mondo
con i loro martelli pesanti
ne rimane abbastanza per me
ne rimane abbastanza, cuore mio.

(Boris Vian)

 

 

 

(immagine dal web)

Dare e avere

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Nulla mi dai, non dai nulla
tu che mi ascolti. Il sangue
delle guerre s’è asciugato,
il disprezzo è un desiderio puro
e non provoca un gesto
da un pensiero umano,
fuori dall’ora della pietà.
Dare e avere. Nella mia voce
c’è almeno un segno
di geometria viva,
nella tua, una conchiglia
morta con lamenti funebri.

(Salvatore Quasimodo)

(immagine dal web)

Sii gentile con la paura

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Sii gentile con la paura.
E’ figlia del non conosciuto.
Ha viaggiato anni luce per cercarti.
Non essere spaventato/a di sentirla totalmente.
Non ti farà del male.
Lasciala venire più vicino, lascia che ti penetri se deve.
Senti la sua vitalità, è un colpo al cuore, vibrazioni e fremiti nel corpo.
Fino a che non ci sarà devisione fra “sé” e “paura”.
Fino a che tu non potrai chiamarla “paura”.
Fino a che ci sarà solo vita, cruda ed immediata, e senza nome, e benevola.
Paura è una breccia dello sconosciuto,
una distruzione di certezze.
E’ la forgiatura di un nuovo sentiero nella vastità della notte.
E’ il brivido di esser svegli.
La paura ti ricorda
che vivi sulla soglia del mistero.
Che bevi dalla fontana della possibilità.
Che il tuo essere è vasto.
Che solo il falso può morire.
Non spingere via la paura, o etichettarla come “negativa” o “non spirituale”.
Non fingere che non ci sia.
Non correre a cancellarla, o trasformarla, o anche guarirla.
Non è una nemica, non è un errore.
Custodisce grande intelligenza e potere di guarigione.
E’ antica e saggia.
Inchinati ad essa.
Lascia che la paura sia paura, pienamente.
Ma non esserne spaventato.
Lascia che il corpo tremi, che il cuore si scuota.
E sappi che sei presente.
E aperto/a, e in apertura.
Lascia che la paura, così incompresa,
torni e trovi pace nel tuo vasto cuore.
Ergiti sulla soglia,
compi il primo passo nel vuoto.
Forse stai tremando, ma sei così dannatamente vivo.

(Jeff Foster)

 

 

(immagine dal web)

La danza immobile

Points East, Pendine Sands, Wales. 1997 mk

Messaggeri nella notte annunciarono quello che non ascoltammo. Cercammo sotto l’ululato della luce.
Arrestammo l’avanzamento di mani inguantate
che strangolavano l’innocenza.

Ma se si nascosero nella dimora del mio sangue,
perché non mi trascino fino all’amato
che muore dietro la mia tenerezza?
Perché non fuggo
e mi inseguo con coltelli
e deliro?

Di morte si è tessuto ogni istante.
Io divoro la furia come un angelo idiota
invaso di erbacce
che impediscono di ricordare il colore del cielo.

Ma loro ed io sappiamo
che il cielo ha il colore dell’infanzia morta.

(Alejandra Pizarnik)

 

 

(immagine dal web)

Il nostro canto inespresso

Citazione

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Per chi ai suoi giorni non vede più che un colore di tramonto e sente, attraverso il suo cielo, salire l’estremo pallore, per chi ancora beve, con occhi allucinati, l’incanto delle cose, ma non sa, non può (perché è troppo tardi – perché non c’è più forza – perché tutto è stato bruciato, fino all’ultima stilla) tradurlo più in parole, ah, Tullio, è come rivivere trovare un’anima giovane che sprigiona il nostro stesso canto inespresso. […]

(Antonia Pozzi a Tullio Gadenz)

 

 

 

(immagine dal web)

Come le rose disordinando l’aria

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Vorrei essere bambina,
per accoppiare le nubi a distanza
(alte claudicanti della forma),

per andare all’allegria di ciò che è piccolo
e domandare,
come chi non lo conosce,
il colore delle foglie.
Com’era?

Per ignorare ciò che è verde,
il verde mare,
la risposta salubre del tramonto in ritirata,
il timido gocciolare delle stelle
sopra il muro vicino,

essere bambina
che cade d’improvviso
dentro un treno con angeli,
che giungevano così, di vacanza,
a correre per poco tra le uve,
o per notturni
fuggiti da altre notti
di geometrie più alte.

Ma adesso, cosa devo essere?
Se mi sono nati questi occhi così grandi
e questi chiari desideri di sbieco.

Come posso essere ormai
quella che voglio io,
bambina di verdi,
bambina vinta di contemplazioni,
che cade da se stessa rosea,

… se mi dolse moltissimo dire
per cogliere nuovamente la parola
che fuggiva,
saetta scappata dalla mia carne,

e mi è doluto molto amare a tratti,
impenitente e sola,
e parlare di cose incompiute,
tinte cose di bimbi,
di candore dissimulato,
o di semplici api
aggiogate a tristi rosari.

O essere colma di questi scatti
che mi cambiano il mondo a gran distanza,

come posso essere ormai,
bambina in tumulto,
forma mutevole e pura,
o semplicemente, bambina alla leggera,
divergente in colori
e adatta per l’addio
ad ogni ora.

(Eunice Odio)

 

 

 

(immagine dal web)

 

 

 

Veglia

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Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

(Giuseppe Ungaretti, Cima Quattro, 23 dicembre 1915)

 

 

 

(immagine dal web)

Sulle scale

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Mentre scendevo l’ignobile scala,
tu entrasti dalla porta e per un istante
vidi il tuo volto sconosciuto e tu vedesti me.
Subito mi nascosi per non farmi vedere di nuovo e tu
passasti rapido nascondendo il volto
e ti infilasti nell’ignobile casa
dove non avresti trovato il piacere,
così come non l’avevo trovato io.
Eppure l’amore che volevi io l’avevo da darti,
l’amore che volevo
-me l’hanno detto i tuoi occhi
stanchi e ambigui-
tu l’avevi da darmi.
I nostri corpi si avvertirono e si cercarono,
il sangue e la pelle intuirono.
Ma noi, turbati, ci eclissammo.

(Costantinos Kavafis)

 

 

(immagine dal web)

 

Sarabanda finale

Citazione


L’autunno
è la primavera dell’inverno.

(Henri de Toulouse-Lautrec)


 

Fotografia di I Giorni e le Lune, proprietà riservata ©

Fotografia di I Giorni e le Lune, proprietà riservata ©


Quando l’autunno si specchia…


 

 

(immagine di I Giorni e le Lune, proprietà riservata ©)

 

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da Lettera alla Danza

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Era l’odore della mia pelle che cambiava, era prepararsi prima della lezione, era fuggire da scuola e dopo aver lavorato nei campi con mio padre perché eravamo dieci fratelli, fare quei due chilometri a piedi per raggiungere la scuola di danza.

Non avrei mai fatto il ballerino, non potevo permettermi questo sogno, ma ero lì, con le mie scarpe consumate ai piedi, con il mio corpo che si apriva alla musica, con il respiro che mi rendeva sopra le nuvole.
Era il senso che davo al mio essere, era stare lì e rendere i miei muscoli parole e poesia, era il vento tra le mie braccia, erano gli altri ragazzi come me che erano lì e forse non avrebbero fatto i ballerini, ma ci scambiavamo il sudore, i silenzi, la fatica.
Per tredici anni ho studiato e lavorato, niente audizioni, niente, perché servivano le mie braccia per lavorare nei campi.

Ma a me non interessava: io imparavo a danzare e danzavo perché mi era impossibile non farlo, mi era impossibile pensare di essere altrove, di non sentire la terra che si trasformava sotto le mie piante dei piedi, impossibile non perdermi nella musica, impossibile non usare i miei occhi per guardare allo specchio, per provare passi nuovi.

Ogni giorno mi alzavo con il pensiero del momento in cui avrei messo i piedi dentro le scarpette e facevo tutto pregustando quel momento.
E quando ero lì, con l’odore di canfora, legno, calzamaglie, ero un’aquila sul tetto del mondo, ero il poeta tra i poeti, ero ovunque ed ero ogni cosa

(Rudolf Nureyev)

 

(immagine dal web)

Bruceremo

Citazione

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Mi aspetti, dimmi, mi aspetti, vero?
Saremo soli sulla terra. Bruceremo.
Hai visto che siamo vergini, che qualcosa non ci fu mai strappato? Per noi.
Più a fondo, più a fondo, ci mescoleremo allo spazio, prendimi, tienimi, io non ti lascio, bruceremo.

(Sibilla Aleramo a Dino Campana)

 

 

(immagini dal web elaborata da I Giorni e le Lune)

 

La rosa

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La rosa,
l’immarcescibile rosa che non canto,
quella che è peso e fragranza,
quella del nero giardino nell’alta notte,
quella di qualsiasi giardino e qualsiasi sera,
La rosa
la rosa che risorge dalla tenue
cenere per l’arte dell’alchimia,
la rosa dei persiani e di Ariosto,
quella che sempre sta sola,
quella che sempre è la rosa delle rose,
il giovane fiore platonico,
l’ardente e cieca rosa che non canto,
la rosa irraggiungibile.

(Jorge Luis Borges)

 

 

(immagine dal web)

 

 

Maledetto te

 

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Maledetto te
che hai preso il fiore delle mie labbra
e senza baciarlo l’hai buttato per terra
e poi l’hai mostrato a una fanciulla inerte.
O te maledetto
che hai cambiato i miei giorni
in un orrendo frastuono
e non sento più angeli
ma vipere intorno

(Alda Merini)

 

 

(immagine dal web)