Scrivere, scriverti, ritrarti

Amoredisperato

Scrivere, scriverti, ritrarti.
Impregnarti i capelli di tutte le parole trattenute, sospese nell’aria, nel tempo,
in quel ramo di cortés carico di fiori gialli
la cui bellezza mi fa rizzare i capelli quando scendo
sola per strada pensierosa.
Definire il mistero,
il momento preciso della scoperta, l’amore,
questa sensazione d’aria compressa
dentro il corpo sinuoso,
l’esplosiva felicità che mi fa piangere e mi colora
gli occhi, la pelle, i denti, mentre divento
fiore, edera, castello, poesia, tra le tue mani che mi
accarezzano e mi sfogliano, facendo sorgere parole,
sconvolgendomi tutta, grondante del mio
passato, della mia infanzia, di ricordi felici,
di sogni, di mare che si infrange
contro gli anni, sempre
più bello e più grande,
più grande e più bello.
Come posso ghermire l’illusione, stringerla tra le mani e
liberarla davanti a te come una colomba felice
che voli via
a scoprire la terra dopo il diluvio; scoprirti fin
nelle pieghe più sconosciute, impregnandomi di te
lentamente, come una carta assorbente,
perdendomi,
perdendoci tutti e due, nel mattino in cui
abbiamo fatto l’amore
con tutto il sonno, l’odore, il sudore della notte
salata sui nostri corpi, inzuppandoci d’amore,
facendolo grondare in grandi immense onde,
immergendoci nell’amore, bagnandoci con
l’amore che ci
soverchia.

(Gioconda Belli)

 

 

 

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Pericoloso sporgersi

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Vedi, io sono stufa degli uomini.
Le loro preghiere, il loro vello,
La loro fede, i loro modi,
Ne ho abbastanza delle loro virtù sovrabbondanti,
provocanti
Ne ho abbastanza delle loro carcasse.
Benedicimi pazza luce che rischiara le montagne divine
Io aspiro a diventare vuota come lo sguardo silenzioso
Dell’insonnia.
Io aspiro a ridiventare stella.

(Joyce Mansour, Tratto da “Pericoloso sporgersi” in Le surréalisme meme 2 1957)

 

 

 

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Gli intoccabili delle cinque potenze

Dorothea Lange for the Farm Security Administration - Mother and baby of family on the road from South Dakota, Tulelake, California 1939

Voglio condividere alcune domande, idee che mi ronzano in testa.

È giusta la giustizia? È salda sulle sue gambe la giustizia del mondo alla rovescia?
Il lanciascarpe dell’Iraq, colui che tirò le scarpe contro Bush, è stato condannato a tre anni di carcere. Non meritava invece una onorificenza?
Chi è il terrorista? Colui che lancia le scarpe o colui che le riceve?
Non è forse colpevole di terrorismo il serial killer che, mentendo, inventò la guerra dell’Iraq, assassinò un mucchio di gente, legalizzò la tortura e ordinò di utilizzarla?
Sono forse colpevoli gli abitanti di Atenco, nel Messico, o gli indigeni mapuches del Cile, o gli kekchíes del Guatemala, o i contadini senza terra del Brasile, tutti accusati di terrorismo per aver difeso il loro diritto alla terra?
Se la terra è sacra, anche se la legge non lo dice, non sono forse sacri pure coloro che la difendono?
Secondo la rivista Foreign Policy, la Somalia è il posto più pericoloso di tutti.
Ma chi sono i pirati? I morti di fame che assaltano le navi, o gli speculatori di Wall Street, che da anni assaltano il mondo e adesso ricevono ricompense multimilionarie per le loro fatiche?

Perché mai il mondo premia coloro che lo spogliano?
Perché mai la giustizia è cieca da un occhio solo?

Walmart, l’impresa più potente di tutte, proibisce i sindacati.
MacDonald’s pure.
Perché mai queste imprese violano, con delinquente impunità, la legge internazionale? Sarà forse perché nel mondo di oggigiorno il lavoro vale meno della spazzatura, e ancora meno valgono i diritti dei lavoratori?

Chi sono i giusti, e chi sono gli ingiusti?
Gli intoccabili delle cinque potenze

Se la giustizia internazionale esiste davvero, perché non giudica mai i potenti?
Non sono in prigione gli autori delle stragi più feroci.
Sarà forse perché sono loro ad avere le chiavi delle prigioni?
Perché mai sono intoccabili le cinque potenze che hanno il diritto di veto alle Nazioni Unite?
Quel diritto ha forse un’origine divina? Vegliano forse sulla pace coloro che fanno gli affari della guerra?
È forse giusto che la pace mondiale dipenda dalle cinque potenze che sono le principali produttrici di armi? Senza disprezzare i narcotrafficanti, non è anche questo un caso di «crimine organizzato»?

Ma non pretendono il castigo contro i padroni del mondo le grida di coloro che, dappertutto, chiedono la pena di morte. Ci mancherebbe altro.
Le grida gridano contro gli assassini che usano il coltello, non contro quelli che usano missili.
E io mi domando: giacché quei giustizieri hanno una voglia matta di uccidere, perché mai non chiedono la pena di morte contro l’ingiustizia sociale?
È forse giusto un mondo che ogni minuto destina tre milioni di dollari alle spese militari, mentre ogni minuto muoiono quindici bambini per fame o malattia curabile?
Contro chi si arma, fino ai denti, la cosiddetta comunità internazionale?
Contro la povertà o contro i poveri?

(Eduardo Galeano)

 

 

 

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Quello che nascondi nel cuore

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Quello che nascondi nel cuore,
aprilo agli occhi,
quello che ti pare di vedere,
aspettalo nel tuo cuore.
Di amore si muore,
chi è vivo
dicono
ma la felicità ci vuole,
ci manca come un pezzo di pane.
Chi è vivo, rimane sempre un bambino,
e vuole tornare nel grembo materno
o si ama o si uccide,
campo di battaglia o letto nuziale.
Sarai tu l’ottantenne, che
ucciso dalla nuova generazione,
mentre muori
generi milioni col tuo sangue.
Tu la spina nel piede
non ce l’hai più,
e dal tuo cuore
scappa anche la morte.
Quello che ti pare di vedere,
con la mano devi prendere,
quello che nascondi nel cuore,
uccidilo o bacialo forte.

(Attila József)

 

 

 

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L’ignoto

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Io non so chi tu sia. So che una sera
noi ci gettammo l’anima negli occhi,
con l’impeto di chi brama e non spera.
La ripigliammo cauti, quasi tocchi
da un dubbio, e ancor la scagliammo a segno,
come la freccia che dall’arco scocchi.
Senza accostarci, senza altro disegno
che quello di guardarci ebbri d’amore,
ma disgiunti da un qualche aspro ritegno.
Così il male durò. Più tentatore
d’allora, a tratti, il tuo volto m’abbaglia.
Curiosità di te mi punge il cuore,
desiderio di te me lo attanaglia.

(Amalia Guglielminetti)

 

 

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Il vento nell’isola

Il vento è un cavallo:
senti come corre
per il mare, per il cielo.

Vuol portarmi via: senti
come percorre il mondo
per portarmi lontano.

Nascondimi tra le tue braccia
per questa notte sola,
mentre la pioggia rompe
contro il mare e la terra
la sua bocca innumerevole.

Senti come il vento
mi chiama galoppando
per portarmi lontano.

Con la tua fronte sulla mia fronte,
con la tua bocca sulla mia bocca,
legati i nostri corpi,
all’amore che brucia,
lascia che il vento passi
senza che possa portarmi via.

Lascia che il vento corra
coronato di spuma,
che mi chiami e mi cerchi
galoppando nell’ombra,
mentre, sommerso,
sotto i tuoi grandi occhi,
per questa notte sola
riposerò, amor mio.

(Pablo Neruda)

 

 

 

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A ridosso del tempo

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A ridosso del tempo
c’é la tua immagine
mai consumata
nemmeno da un bacio.
Hai creduto alla gente facile
e non al genio
che ti guardava in volto
per avere solo un sospiro.
Ma non hai messo
l’anima sulle labbra
tu non mi hai mai baciato.

(Alda Merini)

 

 

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Tu vivi sempre nei tuoi atti

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Tu vivi sempre nei tuoi atti.
Con la punta delle dita
sfiori il mondo, gli strappi
aurore, trionfi, colori,
allegrie: è la tua musica.
La vita è ciò che tu suoni.
Dai tuoi occhi solamente
emana la luce che guida
i tuoi passi. Cammini
fra ciò che vedi. Soltanto.
E se un dubbio ti fa cenno
a diecimila chilometri,
abbandoni tutto, ti lanci
su prore, su ali,
sei subito lì; con i baci,
coi denti lo laceri:
non è più dubbio.
Tu mai puoi dubitare.
Perché tu hai capovolto
i misteri. E i tuoi enigmi,
ciò che mai potrai capire,
sono le cose più chiare:
la sabbia dove ti stendi,
il battito del tuo orologio
e il tenero corpo rosato
che nel tuo specchio ritrovi
ogni giorno al risveglio,
ed è il tuo. I prodigi
che sono già decifrati.
E mai ti sei sbagliata,
solo una volta, una notte
che t’invaghisti di un’ombra
– l’unica che ti è piaciuta –
Un’ombra pareva.
E volesti abbracciarla.
Ed ero io.

(Pedro Salinas)

 

 

 

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Basta che io ami

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Distruggono il mondo
a colpi di martello
ma non mi importa
non mi importa davvero
ne rimane abbastanza
Basta che io ami
una piuma azzurra
una pista di sabbia
un uccello pauroso
Basta che io ami
un filo d’erba sottile
una goccia di rugiada
un grillo di bosco
Possono rompere il mondo
in frantumi
ne rimane abbastanza per me
ne rimane abbastanza
Avrò sempre un po’ d’aria
un filo di vita
un barlume di luce nell’occhio
e il vento nelle ortiche
E ancora, e ancora
se mi mettono in prigione
ne resta abbastanza per me
ne resta abbastanza
Basta che io ami
questa pietra corrosa
questi uncini di ferro
che trattengono un grumo di sangue
lo l’amo, io l’amo
La tavola consumata del mio letto
il pagliericcio e lo scaldino
la polvere del sole
Amo lo spioncino che s’apre
gli uomini che sono entrati
che avanzano, che mi portano via
Ritrovare la strada del mondo
e ritrovare il colore
Amo questi due lunghi montanti
questo coltello a triangolo
questi signori vestiti di nero
E’ la mia festa ed io sono orgoglioso
L’amo, l’amo
Questo paniere risonante
dove poserò la mia testa
oh, l’amo tanto
Basta che io ami
un piccolo stelo d’erba azzurra
una goccia di rugiada
un amore di uccellino pauroso
Fracassano il mondo
con i loro martelli pesanti
ne rimane abbastanza per me
ne rimane abbastanza, cuore mio.

(Boris Vian)

 

 

 

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Dare e avere

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Nulla mi dai, non dai nulla
tu che mi ascolti. Il sangue
delle guerre s’è asciugato,
il disprezzo è un desiderio puro
e non provoca un gesto
da un pensiero umano,
fuori dall’ora della pietà.
Dare e avere. Nella mia voce
c’è almeno un segno
di geometria viva,
nella tua, una conchiglia
morta con lamenti funebri.

(Salvatore Quasimodo)

(immagine dal web)

La danza immobile

Points East, Pendine Sands, Wales. 1997 mk

Messaggeri nella notte annunciarono quello che non ascoltammo. Cercammo sotto l’ululato della luce.
Arrestammo l’avanzamento di mani inguantate
che strangolavano l’innocenza.

Ma se si nascosero nella dimora del mio sangue,
perché non mi trascino fino all’amato
che muore dietro la mia tenerezza?
Perché non fuggo
e mi inseguo con coltelli
e deliro?

Di morte si è tessuto ogni istante.
Io divoro la furia come un angelo idiota
invaso di erbacce
che impediscono di ricordare il colore del cielo.

Ma loro ed io sappiamo
che il cielo ha il colore dell’infanzia morta.

(Alejandra Pizarnik)

 

 

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Veglia

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Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

(Giuseppe Ungaretti, Cima Quattro, 23 dicembre 1915)

 

 

 

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Sulle scale

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Mentre scendevo l’ignobile scala,
tu entrasti dalla porta e per un istante
vidi il tuo volto sconosciuto e tu vedesti me.
Subito mi nascosi per non farmi vedere di nuovo e tu
passasti rapido nascondendo il volto
e ti infilasti nell’ignobile casa
dove non avresti trovato il piacere,
così come non l’avevo trovato io.
Eppure l’amore che volevi io l’avevo da darti,
l’amore che volevo
-me l’hanno detto i tuoi occhi
stanchi e ambigui-
tu l’avevi da darmi.
I nostri corpi si avvertirono e si cercarono,
il sangue e la pelle intuirono.
Ma noi, turbati, ci eclissammo.

(Costantinos Kavafis)

 

 

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La rosa

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La rosa,
l’immarcescibile rosa che non canto,
quella che è peso e fragranza,
quella del nero giardino nell’alta notte,
quella di qualsiasi giardino e qualsiasi sera,
La rosa
la rosa che risorge dalla tenue
cenere per l’arte dell’alchimia,
la rosa dei persiani e di Ariosto,
quella che sempre sta sola,
quella che sempre è la rosa delle rose,
il giovane fiore platonico,
l’ardente e cieca rosa che non canto,
la rosa irraggiungibile.

(Jorge Luis Borges)

 

 

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Maledetto te

 

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Maledetto te
che hai preso il fiore delle mie labbra
e senza baciarlo l’hai buttato per terra
e poi l’hai mostrato a una fanciulla inerte.
O te maledetto
che hai cambiato i miei giorni
in un orrendo frastuono
e non sento più angeli
ma vipere intorno

(Alda Merini)

 

 

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