Il nostro canto inespresso

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Per chi ai suoi giorni non vede più che un colore di tramonto e sente, attraverso il suo cielo, salire l’estremo pallore, per chi ancora beve, con occhi allucinati, l’incanto delle cose, ma non sa, non può (perché è troppo tardi – perché non c’è più forza – perché tutto è stato bruciato, fino all’ultima stilla) tradurlo più in parole, ah, Tullio, è come rivivere trovare un’anima giovane che sprigiona il nostro stesso canto inespresso. […]

(Antonia Pozzi a Tullio Gadenz)

 

 

 

(immagine dal web)

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Sarabanda finale

Citazione


L’autunno
è la primavera dell’inverno.

(Henri de Toulouse-Lautrec)


 

Fotografia di I Giorni e le Lune, proprietà riservata ©

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Quando l’autunno si specchia…


 

 

(immagine di I Giorni e le Lune, proprietà riservata ©)

 

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Bruceremo

Citazione

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Mi aspetti, dimmi, mi aspetti, vero?
Saremo soli sulla terra. Bruceremo.
Hai visto che siamo vergini, che qualcosa non ci fu mai strappato? Per noi.
Più a fondo, più a fondo, ci mescoleremo allo spazio, prendimi, tienimi, io non ti lascio, bruceremo.

(Sibilla Aleramo a Dino Campana)

 

 

(immagini dal web elaborata da I Giorni e le Lune)

 

Il libro dell’Inquietudine

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Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta ed è la più terribile delle stanchezze.
Non è pesante come la stanchezza del corpo, e non è inquieta come la stanchezza dell’emozione.
È un peso della consapevolezza del mondo, una impossibilità di respirare con l’anima.

(Fernando Pessoa)


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(immagine dal web)

 

 

La casa di Kyōko

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Credere che si debba essere felici per il solo fatto di vivere, pur conducendo un’esistenza orrenda, è un modo di pensare da schiavi; pensare che sia piacevole avere una vita ordinaria e confortevole, è il modo di provare emozioni degli animali; gli uomini, però, diventano ciechi pur di non vedere che non vivono e non pensano da esseri umani.

La gente si agita davanti a un muro buio e sogna di comprare lavatrici elettriche e televisori, aspetta con ansia il domani anche se esso non porterà a niente.
Ed è lì che compaio io, e per il solo fatto che mostro la realtà nella sua crudezza, si scatena un gran trambusto, tutti si terrorizzano, si ammazzano o compiono un doppio suicidio.

Io mostro la forma esatta del tempo, come le vendite rateali o le assicurazioni, soltanto che di sicuro sono più gentile; e poi metto in evidenza il tempo che rotola, quello obliquo, quello accelerato, vale a dire il tempo reale; invece gli addetti alle vendite rateali mostrano il tempo del finto perbenismo, quello piatto, quello edulcorato.

(Yukio Mishima)


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(immagine dal web)

da Miseria della filosofia

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Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio.

È il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore.

(Karl Marx)


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(immagine dal web)

 

 

 

Abbiate paura della paura

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L’aspirazione degli uomini verso ciò che rappresenta civiltà è nata in quel primo luogo-spirito di libertà che è la Grecia.
Nessun altro paese del mondo, in quei secoli lontani, sapeva ancora che cosa fosse la libertà.
La Grecia lo sapeva, e lo sapeva in segni che durano ancora per dire agli uomini che la libertà è tutto, è tutto se si vuole essere uomini.
E lo fa anche per trarre una lezione alta di moralità dagli eventi nell’Atene di tanti secoli dopo.
Bisogna stimolare i giovani a non avere paura.
La paura è lo stato d’animo che determina le peggiori conseguenze. Basta che s’insinui la paura perché un popolo perda la libertà. Abbiate paura della paura.

(Giuseppe Ungaretti)


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Orrortodonzia

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Sputo le mie parole
come se fossero i miei denti.

Una mano pulisce le labbra.
L’altra la poesia.

Resta
il sapore di sangue in bocca.

(María Montero Zeledón)

 

 

 

 

 

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L’odio per la democrazia

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La società ineguale non porta nel suo grembo nessuna società dell’uguaglianza.
La società dell’uguaglianza è solo l’insieme delle relazioni ugualitarie che si tracciano qui e ora attraverso atti singolari e precari.
La democrazia è nuda nel suo rapporto col potere della ricchezza e col potere della filiazione che oggi lo asseconda o lo sfida.
Non è fondata in nessuna natura delle cose e non è garantita da nessuna forma istituzionale.
Non è portata da nessuna necessità storica e non ne porta nessuna.
E’ affidata solo alla costanza dei propri atti.
La cosa non può non fare paura e quindi suscita odio in chi è abituato a esercitare il magistero del pensiero.
Ma in chi sa condividere con chiunque il potere uguale dell’intelletto può suscitare coraggio, e quindi gioia.

(Jacques Rancière)


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Ancora dalla “Questione Morale” di Enrico Berlinguer

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«I partiti non fanno piú politica», mi dice Enrico Berlinguer, ed ha una piega amara sulla bocca e, nella voce, come un velo di rimpianto.
Mi fa una curiosa sensazione sentirgli dire questa frase. Siamo immersi nella politica fino al collo: le pagine dei giornali e della Tv grondano di titoli politici, di personaggi politici, di battaglie politiche, di slogan politici, di formule politiche, al punto che gli italiani sono stufi, hanno ormai il rigetto della politica e un vento di qualunquismo soffia robustamente
dalle Alpi al Lilibeo…

«No, no, non è cosí, dice lui scuotendo la testa sconsolato.
Politica si faceva nel ’45, nel ’48 e ancora negli anni ’50 e sin verso la fine degli anni ’60.
Grandi dibattiti, grandi scontri di idee e, certo, anche di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune.
Che passione c’era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante!
Soprattutto c’era lo sforzo di capire la realtà del paese e di interpretarla. E tra avversari ci si stimava.
De Gasperi stimava Togliatti e Nenni e, al di là delle asprezze polemiche, n’era ricambiato».

Oggi non è piú cosí?

Direi proprio di no: i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia.

[…]

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.

E secondo lei non corrisponde alla situazione?

– Debbo riconoscere, signor segretario, che in gran parte è un quadro realistico.
Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo. Allora delle due l’una: o gli italiani hanno, come si suol dire, la classe dirigente che si meritano, oppure preferiscono questo stato di cose degradato all’ipotesi di vedere il Partito Comunista insediato al governo e ai vertici di potere. Che cosa è dunque che vi rende cosí estranei o temibili agli occhi della maggioranza degli italiani?

La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto.
Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne piú.
Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani danno in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative.

Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti.
Ebbene, sia nel ’74 per il divorzio, sia, ancor di piú, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.
Non nego che, alla lunga, gli effetti del voto referendario sulla legge 194 si potranno avvertire anche alle elezioni politiche.
Ma è un processo assai piú lento, proprio per le ragioni strutturali che ho indicato prima.

– C’è dunque una specie di schizofrenia nell’elettore.

Se vuole la chiami cosí. In Sicilia, per l’aborto, quasi il 70 per cento ha votato «no»: ma, poche settimane dopo, il 42 per cento ha votato Dc. Del resto, prendiamo il caso della legge sull’aborto: in quell’occasione, a parte le dichiarazioni ufficiali dei vari partiti, chi si è veramente impegnato nella battaglia e chi ha piú lavorato per il «no» sono state le donne, tutte le donne, e i comunisti.
Dall’altra parte della barricata, il Movimento per la vita e certe parti della gerarchia ecclesiastica.
Gli altri partiti hanno dato, sí, le loro indicazioni di voto, ma durante la campagna referendaria non li abbiamo neppure visti, a cominciare dalla DC.

E la spiegazione sta in quello che dicevo prima: sono macchine di potere che si muovono soltanto quando è in gioco il potere: seggi in comune, seggi in parlamento, governo centrale e governi locali, ministeri, sottosegretariati, assessorati, banche, enti.
Se no, non si muovono.
E quand’anche lo volessero, cosí come i partiti sono diventati oggi, non ne avrebbero piú la capacità.

[…]

(Enrico Berlinguer, dall’intervista di Eugenio Scalfari, “la Repubblica” del 28 Luglio 1981)

 

 

 

 

(immagine dal web)

Pepe Mujica: Sull’umiltà in politica.

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Appena i politici cominciano a salire in alto, diventano subito dei Re.
Non so come funzioni, ma quello che so è che le Repubbliche sono nate perchè nessuno sia più di qualcun altro.

L’ostentazione delle cariche è come qualcosa che è rimasto dal passato feudale.
Hai bisogno di un palazzo, di un tappeto rosso e di molte persone dietro di te che dicono “Si, signore”.
Credo che tutto questo sia orribile.

(José Pepe Mujica)


 

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Sulla felicità umana. Il pensiero di Pepe Mujica

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“…possiede il Mondo oggi gli elementi materiali per rendere possibile che 7 o 8 miliardi di persone possano sostenere lo stesso grado di consumo e sperpero che hanno le piú opulente societá occidentali? Sará possibile tutto ció?
O dovremo sostenere un giorno, un altro tipo di discussione?

Perché abbiamo creato questa civilizzazione nella quale stiamo: figlia del mercato, figlia della competizione e che ha portato un progresso materiale portentoso ed esplosivo.
Ma l’economia di mercato ha creato societá di mercato.
E ci ha rifilato questa globalizzazione, che significa guardare in tutto il pianeta.

Stiamo governando la globalizzazione o la globalizzazione ci governa?
É possibile parlare di solidarietá e dello stare tutti insieme in una economia basata sulla competizione spietata? Fino a dove arriva la nostra fraternitá?
[…]
L’uomo non governa oggi le forze che ha sprigionato, ma queste forze governano l’uomo e la vita.
Perché non veniamo alla luce per svilupparci solamente, cosí, in generale.

Veniamo alla luce per essere felici.
Perché la vita é corta e se ne va via rapidamente.
E nessun bene vale come la vita, questo é elementare.
Ma se la vita scappa via, lavorando e lavorando per consumare un plus e la societá di consumo é il motore, perché, in definitiva, se si paralizza il consumo, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia, appare il fantasma del ristagno per ognuno di noi.
Ma questo iper consumo é lo stesso che sta aggredendo il pianeta.

Peró loro devono generare questo iper consumo, producono le cose che durano poco, perché devono vendere tanto.
Una lampadina elettirica, quindi, non puó durare piú di 1000 ore accesa.
Peró esistono lampadine che possono durare 100mila ore accese!

Ma questo non si puó fare perché il problema é il mercato, perché dobbiamo lavorare e dobbiamo sostenere una civilizzazione dell’usa e getta, e cosí rimaniamo in un circolo vizioso.

Questi sono problemi di carattere político che ci stanno indicando che é ora di cominciare a lottare per un’altra cultura. […]”

(José Pepe Mujica)


 

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Pepe Mujica: Su rivoluzione e rivolte

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Ho visto alcune Primavere che hanno finito per essere inverni terribili.
Noi esseri umani siamo dei gregari. Non possiamo vivere da soli.
Perchè la nostra vita sia possibile, dipendiamo dalla società.

Una cosa è rovesciare un governo o bloccare le strade.

Ma creare e costruire una società migliore è una questione completamente diversa, c’è bisogno di organizzazione, disciplina e lavoro a lungo termine.

Non confondiamo le due cose.

Voglio metterlo in chiaro: mi sento vicino a questa energia giovanile, ma penso che non possa andare da nessuna parte se non diventa più matura.

(Pepe Mujica)


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Undici minuti

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Un vigliacco è un essere che non ha mai osato guardare nel fondo della propria anima, che non ha mai cercato di scoprire da dove provenga il desiderio di liberare la fiera selvaggia, di capire che cosa siano la felicità, il dolore, l’amore: sono esperienze limite dell’uomo.

E soltanto chi conosce queste frontiere può dire di conoscere la vita.
Il resto è solo un far passare il tempo, un ripetere lo stesso esercizio, invecchiare e morire senza aver realmente saputo che cosa si stava facendo.

(Paulo Coelho)


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Acculturazione e acculturazione (seconda parte)

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[…continua da qui]

Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria).
Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?

No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d’animo collettivi.
Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà.
Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i “figli di papà”, i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli.

Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l’hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l’analfabetismo e la rozzezza.
I ragazzi sottoproletari umiliati cancellano nella loro carta d’identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di “studente”.
Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo-borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi).
Nel tempo stesso, il ragazzo piecolo-borghese, nell’adeguarsi al modello “televisivo” che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale, diviene stranamente rozzo e infelice.
Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati.
La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio “uomo” che è ancora in loro di svilupparsi.
Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali.

La responsabilità della televisione in tutto questo è enorme. Non certe in quanto “mezzo tecnico”, ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa.
Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi.
È il luogo dove si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare.
E attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere.

Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo.
Un giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore.
Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata bruttata per sempre.

(Pier Paolo Pasolini, Scritti Corsari)

 

 

 

 

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